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Nient’altro

IN FONDO SI PARLAVA DI musica e di qualcosa d’altro. Di Tenco – mi pare – e di Lauzi. Della Jelly Roll Morton Boys Jazz Band e della necessità di una musica “espressionista”. Il tempo ci faceva da maggiordomo servizievole. Ci girava intorno alla ricerca di un’esigenza, un desiderio da soddisfare. Un pò di birra rimaneva. Sempre. E poi i libri. Un mare di libri sparsi. E dentro i libri le parole. Ancora calde di fiato. Veniva da chiedersi se eravamo lì per noi o per loro. Per noi, per noi. Eravamo lì soltanto per noi. Una quantità spropositata di brandelli di carta con gli appunti. Resto qui fino a domani e magari scrivo i testi per lunedì. Lunedì è l’anniversario della morte di Muddy Waters. Ci facciamo su uno speciale. Novanta minuti di blues che piovono fitti fitti sull’asfalto di Chicago. Ma guarda come cazzo piove…. Magari viene fuori una cosa tipo quella che hai messo giù a ottobre. Una di quelle cose che vanno, che sò, da “All my love” dei Led Zeppelin a “La città delle donne” di Fellini. Semmai passando attraverso un libro di Jostein Gaarder. E’ che quando ti infili le cuffie, e il fader è giù, senti il tuo fiato imprigionato dentro il cervello. Hai voglia a seguirlo ma è come impazzito. Cerca una via di fuga. Hai ancora pochi secondi per tenerti stretto il tuo umore, qualunque esso sia. Dopo si gioca. And so on…


Muse – Unnatural selection

Occasionally

Maisa e il suo popolo

“Finalmente, Maisa! Ero preoccupato per te”
“Hai visto, Djani lottiamo per una nuova Libia”
“Sì Maisa, ma a che prezzo! Sento parlare di migliaia di morti”
“Sai come la penso. La vita per noi è una dote da spendere per una buona causa. E questa è la più importante di tutte”
“Anche tu sai come la penso Maisa. E’ per questo che ero preoccupato per te. La vita è un dono e va difeso a tutti i costi”
“Voi siete egoisti. Mettete al mondo dei figli e dite di amarli più di ogni altra cosa al mondo. Ma non dareste mai la vita per loro. Noi lo stiamo facendo”
“Possibile che non esista un’alternativa? Voglio dire che, si vabbè le lotte…. Ma c’è modo e modo”
“Tu sei italiano Djani… anzi napoletano! Non puoi capire”
“Vabbuò Maisa! Aiutami tu, allora. Aiutami a capire”
“Vedi Djani, l’Africa è in paese complicato per chi, come te, lo “legge” o lo “vede” ma non lo vive. Qui le distanze sono infinitamente lunghe. E non intendo soltanto quelle geografiche. Unire questo popolo per noi è stata una grande occasione”
“Ma la politica allora a che serve. A me hanno insegnato che è quella la via per dirimere i conflitti e allentare le tensioni”
“Non cominciare a fare il comunista Djani! Qui la politica è ancora quella che c’era da voi 70 anni fa. E tu dovresti saperlo”
“Ok, ma non potevate organizzarvi diversamente… Intendo dire senza violenza senza tutto sto’ sangue”
“Ma di che parli? Noi non abbiamo armi! Le nostre mani sono nude! Abbiamo solo la nostra voce, quella del popolo nordafricano! Ed è un solo coro. Semmai sono loro che ci stanno massacrando! Ci stanno bombardando, ti rendi conto?”
“Appunto! E non mi dire che non potevate prevedere la reazione del regime. Che quelli sarebbero arrivati a questo punto lo sapevate anche voi”
“Ed è proprio perchè sapeva che questo popolo è grande! Quando un uomo è disposto a pagare con la propria vita, è proprio allora che il nemico deve preoccuparsi. E voi occidentali lo avete sperimentato sulla vostra pelle”
“E tu sai che non sono mai stato d’accordo con questa visione della vita! Voi caricate tutto sul vostro corpo. Per voi è al tempo stesso arma e scudo, merce e prezzo. Eppure il cervello non vi manca”
“Dici così ma le vostre lotte quelle fatte tutte con il cervello, la politica, le trattative a cosa vi hanno portato? A niente. Siete tornati indietro. Noi no, noi andiamo avanti alla luce del sole. E non molliamo. In quanto al corpo voi lo svendete molto meglio di noi. O sbaglio?”
“Lascià sta’ Maisa. Ho capito che tu non senti ragione. E poi se ti riferisci a Ruby quella è marocchina e non italiana?
“Giusto! Invece le italiane…. ma non voglio fare di tutta l’edera un fascio”
“L’erba Maisa, si dice erba. Fare di tutta l’erba un fascio. Appunto. Te l’ho sempre detto non tutti gli italiani sono come pensi”
“…e non tutti gli islamici sono terroristi”
“touchè! Ma dimmi tu piuttosto come stai?”
“Sto bene. E’ una sensazione strana. Non mangio da due giorni ma mi sento un leone. Ogni mattima mi alzo pensando che la meta è sempre più vicina”
“E tuo fratello piccolo Mabrouk che dice? Sta bene?”
“Sì, sì sta bene. Oggi è riuscito a procurare delle lenticchie per tutti noi. E’ un grande! Se stasera mageremo è solo merito suo. Tu come stai? Sei sempre convinto che il mondo si possa cambiare davanti allo schermo di un PC?”
“Non ho mai detto questo! E tu lo sai”
“Scherzavo, Djani. Non te la prendere. Anzi se vuoi fare qualcosa per me suonami quella canzone dell’aquila”
“Non ricordo Maisa. Quale sarebbe questa canzone dell’aquila….”
“Quella che dice “for freedom’s fight when the eagle cries” come si chiama?”
“Ahh, sì “When the Eagle Cries” degli Iced Earth! Ma quella è stata scritta come omaggio patriottico ai fatti dell’11 settembre. Scusa ma non mi sembra il caso”
“E’ proprio qui che ti sbagli Djani. La canzone dice anche “we’ll die free”. Dunque davanti alla libertà tutti i popoli sono uguali. Ahlan Djani e salutami l’Italia”

When the Eagle Cries – Iced Earth

L’amico ritrovato

Era scritto nel destino. Noi due eravamo nati per cambiare il mondo. E per perdere.
Mi chiamo Walter ma da quando la Littizzetto ha iniziato ad avere successo vorrei chiamarmi che sò… Luigi.
Conobbi Sergio nell’estate del 1961 quando avevo solo 6 anni. Mia madre aveva deciso di passare l’estate a metà strada tra il mare e la montagna. A me l’idea era piaciuta. Mi piacciono le vie di mezzo, quelle che non scontentano nessuno. E così potevamo scegliere: fare il mare ma anche la montagna. Sergio, di anni ne aveva 9 ma ci capimmo subito come fossimo stati due coetanei. Era un tipo sveglio. Calmo, ma sveglio. In certi momenti la sua calma sembrava un atteggiamento, una recita. A pensarci bene il mio amore per il cinema deve essere nato proprio guardando Sergio.
Nei primi giorni facevamo lunghe passeggiate sul corso Marrucino. Un continuo su e giù tra piazza Trinità e piazza Valignani. Lui, essendo di Chieti, mi raccontava delle meraviglie della festa di San Giustino che si era svolta a maggio. Mi disse che era riuscito a tirare su qualche lira con una idea geniale e soprattutto innovativa. “Un giorno te la racconterò, ma per ora è un segreto”, mi disse. Era un pragmatico molto diverso da me che amavo l’arte e la cultura.
Passarono gli anni e la nostra amicizia continuava a crescere nonostante io vivessi a Roma e lui a Chieti. Ci sentivamo spesso e almeno un paio di volte all’anno ci vedevamo. Mia madre, di origine slovena, amava Chieti perchè le ricordava il suo paese d’origine e ad ogni mia richiesta di andare a trovare Sergio non diceva di no. Ci frequentammo per cinque anni. Poi un giorno mi telefonò dicendomi che suo padre aveva deciso di partire per il Canada con tutta la famiglia. Non era triste, Sergio, mentre mi disse della sua partenza. Nella sua voce scorsi piuttosto un desiderio di rivincita, una specie di sospensione in attesa di una rivalsa. Infatti mi disse “Guarda che noi ci rivediamo eh?”
Intanto io crescevo sempre più convinto che, nella vita, le “vie di mezzo” erano le scelte più vincenti. Insomma l’idea di scontentare una parte o l’altra non mi piaceva affatto.
E così io a Roma e lui in Ontario crescevamo in modo speculare. Diversi eppure convinti che il mondo dovesse cambiare con le sue idee dirompenti e il mio modo di unire le persone come fossi un parroco di campagna. Intanto il mio amore per il cinema cresceva a tal punto che riuscii a farmi bocciare in primo superiore. Decisi, allora, di iscrivermi all’Istituto Professionale di Stato per la Cinematografia e Televisione e al PCI. Avevo 17 anni quando Berlinguer fu eletto segretario del nostro partito. Ricordo che quel giorno di marzo alla fine del XIII congresso telefonai a Sergio per comunicargli la bellissima notizia. Lui mi liquidò immediatamente urlandomi “Ancora dietro a questi comunisti stai? Ma quando capirai che il mondo sta cambiando e che è solo questione di tempo! Un lavoro ti devi trovare! Un lavoro. Devi lavorare Walter! Cazzo, devi lavorare!”
Mi trattava come fossi il fratello più piccolo. Forse lo faceva perchè sapeva che ero cresciuto senza l’affetto di un padre. L’avevo perso quando avevo soltanto un anno. Mio padre Vittorio faceva il dirigente in RAI. Sergio, che odiava la politica, mi aveva consigliato la DC di Fanfani. “Lì c’è più margine di manovra” mi disse. Io non ebbi il coraggio di confessargli che anch’io mi sentivo più democristiano che comunista e che la mia iscrizione al PCI era dovuta al fatto che lì era pieno di fiche mentre nella DC era piena di vecchi bacucchi e pisciasotto. Sì perchè negli anni ’70 scopavano solo quelli che suonavano la chitarra o i capi militanti di sinistra, e siccome io la chitarra non la sapevo suonare la buttai in politica. Avevo bisogno di scopare. Ecco tutto.
Intanto lui, in Canada, faceva faville negli studi. Filosofia, diritto, economia. Sembrava si stesse preparando per l’attacco al cielo.
Intanto nel PCI conobbi Massimo. Un tipo strano, figlio di un deputato del PCI. Lo chiamavamo scherzosamente il “conte Max” per il fatto che nonostante il suo apparente distacco fosse praticamente a conoscenza di tutto. Confesso che come tipo mi ha sempre fatto un pò paura.
Gli anni passavano e io sentivo la mancanza di un amico come Sergio. Ripromisi a me stesso che avrei fatto di tutto per farlo tornare in Italia, anche a costo di metterci tutta la vita. Intanto comincia col togliere dal mio comodino la foto di Roberto Anzolin, mitico portiere della Juventus. Ero un grande tifoso della “vecchia signora” e Gianni Agnelli era il mio mito.
Sergio si iscrisse all’università alla Osgoode Hall Law School of York, mentre io di studiare proprio non ne avevo voglia. La svolta “moderata” di Berlinguer calzava a pennello col il mio carattere introverso e pacioso e così fui promosso alla guida di quegli scalmanati della Fgci, organizzazione giovanile del PCI. Non fu un bel periodo per me. Avevo uno stipendio, e questo era importante, ma sembravo un asino in mezzo ai suoni. Contavo un cazzo. In pieno ’77 i giovani di sinistra avevano perso la testa e più di una volta mi dissi che Sergio aveva proprio ragione. Che cazzo ci facevo io, bravo figlio mite, tranquillo e placido in mezzo a quel casino?
Intanto Sergio mi scriveva dei sui successi universitari. Si era iscritto ad un master in Business Admninistrator mentre all’Università di Toronto si stava laureando in Filosofia. Insomma era uno con le palle. E io per quelli con le palle ho sempre avuto un’ammirazione spropositata. Chissà perchè! Comincia a diradare sempre più le mie lettere a Sergio e anche le mie telefonate diventavano sempre più rare. Non che mi mancasse il tempo ma gli argomenti sì, quelli mi mancavano. Cosa avrei raccontato a Sergio? Che mentre lui, figlio di un maresciallo dei Carabinieri, macinava successi io arrancavo nel mondo della politica italiana in attesa di una svolta centrista più consona al mio modo di vedere il mondo? La mia salvezza politica sarebbe arrivata con la Bolognina. Da lì in poi fu tutto uno spingere al centro il partito. Più moderato, più aperto, più contenuto, più misurato, più equilibrato. Meno eccessivo, meno esaltato, meno radicale. Meno.
Intanto Sergio si accorse del mio disagio e decise di venire in Italia. Passammo giornate intere a discutere sul futuro del mondo. Mi raccontò della sua idea che la vita è una sfida continua, un correre abbattendo gli ostacoli senza guardare in faccia nessuno. Rimasi allibito. Pensai “Cazzo, e questo è pure un laureato in filosofia!” Ancora una volta ero frastornato e ammirato dalla sua forza. Mi convinse che la politica aveva il dovere di lasciare più spazio all’iniziativa privata e che il nostro paese doveva occindentalizzarsi in modo molto più deciso di quanto non avesse fatto fino ad oggi. Insomma mi propose di arare il campo della politica italiana. Poi lui sarebbe passato a seminare progressismo e riformismo a piene mani. Mi confessò che da lì a poco avrebbe cambiato lavoro passando dalla Glenex Industries alla Société Générale de Surveillance di Ginevra. Dunque si sarebbe trasferito in Svizzera e avremmo potuto incontrarci molto più spesso.
Le interminabili riunioni a Botteghe Oscure erano diventate monotematiche. La crisi economica di quegli anni (1992-93) rischiava di mettere in ginocchio l’Italia. Ma era anche una grande occasione di riscatto. Era il campo brullo di cui parlava Sergio. Io avrei dovuto ararlo e prepararlo per la semina. L’occasione si presentò quando, qualche anno più tardi, mi ritrovai a cena con Umberto Agnelli. Io grande tifoso della Juventus ero a cena con il minore dei fratelli più famosi d’Italia. Parlammo a lungo della situazione della Fiat e del nostro paese. Mi confessò che il consiglio d’amministrazione della Fiat aveva bisogno di forze nuove, di giovani colti ma con idee moderne e soprattutto veloci nel prendere decisioni. Mi scusai con il mio interlocutore e mi allontanai con la scusa di andare in bagno. Composi nervosamente il numero di Sergio al cellulare che continuava a squillare senza alcuna risposta. Al terzo tentativo mi rispose una donna. Mi disse di chiamarsi Michelle. Per un attimo pensai “strano, Sergio odia la politica e non suona neanche la chitarra…. ma scopa lo stesso come un mandrillo”. Mi passò Sergio al quale chiesi se potevo fare il suo nome in Fiat. Mi diede il suo consenso ma non mi sembrò molto contento. Tornai al tavolo di Umberto Agnelli e tra un’ostrica e una porzione di caviale buttai lì il nome di Sergio. Mi disse che aveva sentito parlare un gran bene di questo manager e che ci avrebbe pensato. Il martedì successivo, durante una pausa pubblicitaria di Ballarò alla quale partecipavo come ospite, la mia segretaria che si chiama Wanda, che ha 62 anni e una trentina di chili di troppo, mi portò il cellulare dicendomi che aveva chiamato un certo Sergio. Quando richiamai Sergio mi disse ridendo che era seduto alla scrivania di corso Marconi a Torino. Ridemmo di gusto e quando ci congedammo disse una frase che trovai alquanto minacciosa.
“Ricorda la promessa Walter: se dal Palazzo sentite casino, chiudetevi dentro e fatevi i cazzi vostri. Voi avete fallito e ora tocca a noi”.
E’ da quel giorno che ho un pensiero fisso. Scappare in Africa. Ma non ho il coraggio. Come sempre.

Niente di quanto narrato in questa storia è realmente accaduto ma è frutto di fantasia, pertanto non si pretende di dare un ritratto veritiero di eventi o personalità.

Bryan Adams – You’ve Been A Friend To Me

terramadre

Caro Roberto,
giorni fa ti ho sentito dire che ti piacerebbe tanto venire a farmi visita.
Ero già emozionata al solo vederti, ma quando hai detto quelle parole non ce l’ho fatta e ho pianto. Ho pianto come fa una madre quando vede uno dei suoi figli più coraggiosi e giusti confessare la sua debolezza più segreta. Ho fissato i tuoi occhi neri e ho letto la tua sofferenza e la tua sincerità. Vedi Roberto, ho messo al mondo molti figli, li ho amati e li ho cresciuti nella convinzione di farne uomini e donne di un sud orgoglioso e partecipe. Vivaci e oziosi al tempo stesso, i miei figli, sono stati artisti e filosofi, uomini comuni ed eroi. In passato mi ero illusa di essere la speranza dell’intero occidente, l’improvviso riscatto della storia. Ospiti illustri hanno adulato me e i miei figli per la generosità e l’estro, la solidarietà e la fratellanza. Ho accolto gente d’ogni specie, nella speranza di costruire una terra feconda e dinamica. Sono stata incubatrice di nuovi fervori, ho imprestato le spiagge, i promontori, i seni e i golfi, le mie isole le penisole, i miei giardini e gli alberi, nella speranza di far crescere dentro di me una nuova cultura fatta di colore e di calore. Ho disegnato per la storia il mio migliore mare e il mio cielo come fossero capolavori da mostrare alle nuove civiltà mediterranee. Ho cercato di custodire tutto ciò, la storia di un intero popolo, con attenzione e amore, come fa una vera madre. Ma come spesso accade qui da noi, qualcosa si è spezzato. D’improvviso. Mi sono riscoperta vecchia e malandata. Sfruttata e illusa. Da chi ha violentato non solo la mia carne, ma le mie viscere. Un mio figlio, Eduardo, disse un giorno che i figli sono tutti uguali. E io li amo tutti. Il figlio, ogni figlio vive e si nutre del sacrificio della madre.
Ma la mia “Orestea” stava crescendo nel mio stesso ventre. Non ho tradito, ho sempre amato e rispettato, ho difeso e protetto. Eppure i miei stessi figli mi hanno stuprata nel nome di un potere che io stessa avevo rigettato come il peggiore dei mali. Mi hanno usata, seviziata, ferita, abusata e poi sventrata. Mi hanno venduta, poi, come fossi senza anima e senza spirito. Io che, un tempo prosperosa e felix, ho donato a loro i miei migliori frutti e le mie acque cristalline. Cos’altro avrei dovuto offrire ai miei figli per essere rispettata e amata come una madre? Faccio di tutto per curare le ferite inferte a me dai miei stessi figli ma sono sola. Sola come una madre che non serve più perché ha esaurito il suo compito. Ha dato la vita, ha cresciuto, riscaldato, nutrito e insegnato ai suoi figli ad essere orgogliosi delle proprie radici. Vorrei tornare indietro per capire. Capire dove ho sbagliato. Ma non riesco.
Tra qualche giorno sarà Natale, caro Roberto. Cercherò di essere presentabile. Metterò su il mio abito migliore per le feste. Illuminerò la via Toledo e i suoi vicoli, accoglierò tutti mostrando quello che sanno fare i miei figli migliori. I pastori e i presepi di San Gregorio Armeno, preparerò “struffoli”, “roccocò” e “susamielli” da mangiare seduti al caldo di un caffè sul lungomare. Illuminerò a giorno il Castel dell’Ovo con i più bei fuochi d’artificio. Farò suonare la mia musica antica mentre lascerò che miei figli mi attraversino orgogliosi e fieri di una madre piena di storia e civiltà. Vieni Roberto, e abbracciami forte. Tra le tue braccia mi sentirò rispettata e amata come nessuno mi ha mai amata. Il mio orgoglio sarà quello di avere un figlio che sta difendendo la sua terra-madre e i suoi fratelli migliori facendogli scudo con la propria vita. E, finalmente, potrò gridare al modo che quell’uomo è mio figlio.

Con infinito amore,
la tua terra

Almamegretta – Gramigna

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questi anni di merda

L’ENNESIMA AFFERMAZIONE DI Berlusconi non preoccupa più di tanto. Ma il suo contraccolpo morale quello può essere devastante. La paura è che, dopo un periodo di pace relativa all’interno della coalizione del centrosinistra, potrebbero riaffiorare le antiche sofferenze correntizie che da sempre la caratterizzano. Pagheranno dazio sicuramente Bersani e Di Pietro. Il primo, bersaglio degli astri nascenti giovanilisti aspiranti rigattieri della politica, intenti a ripulire il PD manco fosse la cantina della nonna, che giace ancora calda sul letto di morte mentre i parenti si dividono cinafrusaglie e quei pochi oggetti di valore. Il secondo, Di Pietro che, non riesce a scrollarsi di dosso l’ombra minacciosa del suo collega De Magistris anima vagante tra i meandri della politica come fosse un adolescente in preda ai suoi primi istinti sessuali che si confonde e non sa manco da dove cominciare. Tenere alla larga Vendola come si fa con un paio di scarpe nuove sarà l’unico cruccio del PD. Le scarpe nuove, si sa, son belle ma fanno un tantino male. Meglio aspettare che “si adattino” prima di calzarle per una lunga passeggiata. Insomma continueremo ad essere “felici e perdenti” al cospetto di un centrodestra che per “invogliare” la sua base parlamentare si limiterà ad una passata di moderatismo centrista alle pareti, qualche “ex margherita” qua e là per addolcire l’ambiente e, perchè no, un tappeto musicale da armonium ecumenico in sottofondo. Roba da far impallidire il Cardinal Bagnasco e congrega. La base del PD continuerà a giocare alle belle statuine mentre i tre “nonni” (sceglieli voi tanto fa lo stesso) organizzeranno uno scopone scientifico chiamando a “mazziere” Giulio Tremonti che sceglie i silenzi come solo i monaci buddhisti sanno fare. Ripulitevi gli abiti sporchi di terra dopo la zuffa. Il pubblico c’era e voi pensavate che fosse lì per tifare. In realtà stavamo solo scommettendo sottobanco. Perchè a volte perdere conviene.

Negramaro – Casa 69

identità e memoria di un popolo

- Dimmi una cosa, compare: per cosa combatti?- Per cosa vuoi che sia, compare – rispose il colonnello Gerineldo Marquez, – per il grande partito liberale.
- Fortunato te che lo sai – rispose lui – io, da parte mia, soltanto ora mi rendo conto che sto combattendo per orgoglio. -
- Questo è male -, disse il colonnello Gerineldo Marquez.
Il suo sgomento divertì il colonnello Aureliano Buendia.
- Naturalmente – disse -. Ma io ogni modo, è meglio così, che non sapere perchè si combatte. – Lo guardò negli occhi e aggiunse sorridendo: – O che combatte come te per qualcosa che non significa nulla per nessuno. -

Gabriel Garcìa Màrquez, Cent’anni di solitudine

Beach Boys – California Dreamin’

nemo propheta

FORSE TANGENTOPOLI NON E’ stata un bene per questo paese. I delfini dell’epoca, i Veltroni, i D’Alema, i Casini ecc., si sono ritrovati catapultati in prima linea senza aver maturato la giusta esperienza politica per fronteggiare la svolta epocale che di lì a poco avrebbe investito come un ciclone l’intera società italiana. La politica non ha prerogative di natura tecnica, tutt’altro. Dovrebbe, invece, essere un’arte; quella di governare le società. E governare una società senza prima capirne le inclinazioni e le tendenze culturali, è un vero e proprio suicidio politico. Gente come Craxi, Andreotti, Forlani, Fanfani, non erano certo dei santi. Hanno perseverato nell’aberrazione di capovolgere il fine ultimo della politica, per soddisfare interessi personali e di partito. Ma l’arte di capire la società nella quale operavano, quella sì che l’avevano. (Gli anni ’80, quelli del cosiddetto “edonismo”, altro non furono che un progetto nato a tavolino. Ma questa è un’altra storia).
Mai e poi mai avrebbero permesso l’ingresso in politica di un uomo come Silvio Berlusconi. Lo stesso Craxi (notoriamente amico del presidente del consiglio) mai avrebbe permesso ad un imprenditore “troppo italiano” come il cavaliere di scendere in campo per governare questo paese.
Ma cosa è “tipicamente italiano” nei comportamenti, nell’approccio ai vari “ingredienti” che sostanziano la nostra vita, trasformandola in una società da “paese di bengodi”?
Lavoro, soldi, sesso, amicizia ecc. Tutti noi viviamo di questo e di altro.
Immaginiamo la nostra società – ottimisticamente – divisa in blocchi (contrapposti o no), che siano essi di potere o corporativi. Ci vuole poco ad accorgersi che alcune caratteristiche di questi blocchi sono comuni e trasversali tra di loro. Sono le peculiarità “tipicamente italiane”.
Reputare lo Stato un nemico è tipicamente italiano. Di conseguenza eludere o evadere il fisco e lavorare in nero è diventato lo sport nazionale. Essere cristiano-cattolici praticanti e, al tempo stesso, appoggiare le guerre, o prestare soldi a strozzo, o ancora, fare le scarpe al prossimo è tipicamente italiano. Essere corteggiato e adulato è un desiderio tipicamente italiano.
E allora perchè noi, uomini e donne di sinistra, ci sforziamo di far credere agli elettori che i sondaggi commissionati, un mese si e l’altro pure dal cavaliere, sono falsi e di parte? Questi continuano a mostrare che la popolarità e il consenso di quest’uomo rimangono praticamente inalterati. Ovvio. Il cavaliere Silvio Berlusconi è l’italiano. Incoerente, bugiardo quando serve, martire, donnaiolo, ricco o povero all’occorrenza.

Enzo Jannacci – Mario

(un)like a rolling stones

GLI ANNI ’70 ERANO SCHIZOFRENICI. L’assalto al cielo di una intera generazione, quello a lungo inseguito con “sesso, droga e rock & roll”, si trasformò in “Sudden Infant Death Syndrome”. Una morte nella culla del rock d’oltreoceano, proprio in California. Oltre all’estate del 1970, settembre, si portò via anche il più grade chitarrista rock di sempre. Jimi Hendrix. Erano anni in cui i giovani scoprivano gli allucinogeni e i Beatles rompevano le righe. La grande illusione si sbriciolava e i pezzi di cielo rotolavano come i cocci di un paradiso in terra mai concretizzato. La follia aveva dato i suoi primi segnali l’anno prima, nel 1969 , quando il sangue divenne inchiostro per scrivere sui muri “Helter Skelter” e “Piggies”. Due pezzi che i Beatles avevano inciso nel White album nel 1968. I “figli dei fiori” avevano saltato il fosso in preda agli acidi, uccidendo l’attrice Sharon Tate e altre quattro persone. Quella generazione, o meglio il loro sogno, implose perchè si fece inghiottire dalla violenza. Violenza che nella famosa marcia dei centomila verso il Pentagono, non c’era. Si stava pian piano sbiadendo l’obiettivo di fermare l’assurda guerra del Vietnam e tutto diventò pretesto. Questo fornì l’alibi all’intera opinione pubblica e alle forze dell’ordine per stuzzicare ogni sorta di brutalità. La musica fu la prima a pagare, rea di aver assorbito fenomeni culturali fino ad allora emarginati dal perbenismo “rispettabilmente ipocrita”. E allora, all’alba della civiltà dell’immagine, era facile trovare criminali come Manson, ritratti insieme al rivoluzionario Marx. Si corse ai ripari inventando improbabili dualismi illuminati e scissioni underground di comodo. I Beatles si trovarono a giocare la loro partita stretti come in una morsa. Da una parte la “luce artificiale” dei Rolling Stones e del suo leader Mick Jagger e dall’altra il surf rock dei Beach Boys vicini ad ambienti più estremi della scena musicale dell’epoca. Sempre nel ’69 Jagger e compagna vengono arrestati perchè in possesso di sostanze stupefacenti e l’anima più creativa dei Rolling, Brian Jones, viene allontanato dal gruppo per eccesso di “assenze dal mondo reale”. Poche ore dopo il corpo di Brian galleggia, privo di vita, sul pelo d’acqua della sua piscina. Insomma, le cose per i Rolling Stone si mettono davvero male. Ci vuole un’altra invenzione, l’ennesima ipocrisia. Ci vuole un nuovo chitarrista e un nuovo disco per rilanciare la band. Mick Taylor e “Let it bleed” (erroneamente accusato di fare il verso alla “Let i be” di McCartney e Co’) vengono presentati in pompa magna organizzando uno spudorato show modello Woodstock. Si salvano Crosby Stills Nash & Young e il povero Santana. Per il resto fu un trionfo vergognosamente consumato all’ombra dell’emulazione più spudorata di uno pseudo raduno modello “free festival” da strapazzo. In realtà Jagger e compagni erano ignobili imitazioni di vite osservate anni prima dentro il circo della beat generation più esagerata come quella degli Angels e di Merry Prankster. Ciliegina sulla torta fu la morte, proprio mentre i Rolling Stone suonavano “Under my thumb”, di Meredith Hunter che, provocato dal servizio d’ordine, estrasse una pistola. Meredith fu accoltellato dalla sicurezza, composta indovinate un pò, da una gang di malavitosi motociclisti chiamati dagli stessi Stones. E così mentre Jagger si dimenava come un ossesso slinguazzando a destra e a manca si consumava il successo della band più falsa e ipocrita che la scena del rock avesse mai potuto produrre. Quello fu il giorno in cui i Rolling Stones raggiunsero l’apice della luridità.

Live – The river

una rivoluzione sessuale

RIFIUTARE LO STATUS E’ tutto. Le ragazze del presidente rappresentano la prima generazione di donne veramente compromesse con le proprie ambizioni. E non è una questione di retorica o ideali. Vedo soltanto un immenso spazio di autocompiacimento che si apre davanti alle più coraggiose. Il coraggio, si sa, cresce proprio quando si prende coscienza delle proprie potenzialità, quando si normalizzano gli eccessi, quando ci si rende conto di non essere più subalterni al sistema. E’ come fosse una nuova e spontanea rivoluzione sessuale, una avanguardia minoritaria che rischia di fare da traino. Ieri i limiti del pudore erano inclusivi di un consenso culturale ereditato non senza qualche fastidio. Oggi è deflagrata la decenza e sembra nascere una nuova trasformazione erotica. Tra di loro ci sarà sicuramente colei che tra qualche anno ritroveremo come una normale cittadina introdotta nel mondo produttivo e perbene. E non saremo sorpresi. La libertà non ha mai offeso nessuno. Nè tantomeno il sesso spensierato che non richiede affatto coraggio nè audacia. Trattasi di “ricerca della felicità”. Magari diversa, che evita la classica contrapposizione vis a vis nel tentativo di aggirare gli ostacoli e bruciare le distanze. Ma tutto ciò non richiede coraggio. E’ la portata volgare nella quale Berlusconi ha spadroneggiato come fosse un ragazzo finalmente solo in casa. La sua “casa delle libertà”. Quella dove metti su la musica che vuoi, facendo ballare tutti. Non esiste il “non approvato”. Non c’è il controllo, c’è pittosto una conquista dello spazio e c’è, per tutti coloro che partecipano alle danze, il perdono alla disubbidienza. Quella che si chiede al trascinatore, al leader del gruppo. A colui che ti dà sicurezza. E tutti lì a sforzarsi per trovare una dimensione politica a ciò che invece ha tutta l’aria di una scelta libertaria e individualista assunta in opposizione alla fatica del comando. Ci aveva avvertiti. “Guiderò l’Italia come un’azienda”. E allora cosa pretendiamo? Per gente così il potere è un propellente, un anti-inibitore a oltranza.

Maroon 5 – The sun

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