Era scritto nel destino. Noi due eravamo nati per cambiare il mondo. E per perdere.
Mi chiamo Walter ma da quando la Littizzetto ha iniziato ad avere successo vorrei chiamarmi che sò… Luigi.
Conobbi Sergio nell’estate del 1961 quando avevo solo 6 anni. Mia madre aveva deciso di passare l’estate a metà strada tra il mare e la montagna. A me l’idea era piaciuta. Mi piacciono le vie di mezzo, quelle che non scontentano nessuno. E così potevamo scegliere: fare il mare ma anche la montagna. Sergio, di anni ne aveva 9 ma ci capimmo subito come fossimo stati due coetanei. Era un tipo sveglio. Calmo, ma sveglio. In certi momenti la sua calma sembrava un atteggiamento, una recita. A pensarci bene il mio amore per il cinema deve essere nato proprio guardando Sergio.
Nei primi giorni facevamo lunghe passeggiate sul corso Marrucino. Un continuo su e giù tra piazza Trinità e piazza Valignani. Lui, essendo di Chieti, mi raccontava delle meraviglie della festa di San Giustino che si era svolta a maggio. Mi disse che era riuscito a tirare su qualche lira con una idea geniale e soprattutto innovativa. “Un giorno te la racconterò, ma per ora è un segreto”, mi disse. Era un pragmatico molto diverso da me che amavo l’arte e la cultura.
Passarono gli anni e la nostra amicizia continuava a crescere nonostante io vivessi a Roma e lui a Chieti. Ci sentivamo spesso e almeno un paio di volte all’anno ci vedevamo. Mia madre, di origine slovena, amava Chieti perchè le ricordava il suo paese d’origine e ad ogni mia richiesta di andare a trovare Sergio non diceva di no. Ci frequentammo per cinque anni. Poi un giorno mi telefonò dicendomi che suo padre aveva deciso di partire per il Canada con tutta la famiglia. Non era triste, Sergio, mentre mi disse della sua partenza. Nella sua voce scorsi piuttosto un desiderio di rivincita, una specie di sospensione in attesa di una rivalsa. Infatti mi disse “Guarda che noi ci rivediamo eh?”
Intanto io crescevo sempre più convinto che, nella vita, le “vie di mezzo” erano le scelte più vincenti. Insomma l’idea di scontentare una parte o l’altra non mi piaceva affatto.
E così io a Roma e lui in Ontario crescevamo in modo speculare. Diversi eppure convinti che il mondo dovesse cambiare con le sue idee dirompenti e il mio modo di unire le persone come fossi un parroco di campagna. Intanto il mio amore per il cinema cresceva a tal punto che riuscii a farmi bocciare in primo superiore. Decisi, allora, di iscrivermi all’Istituto Professionale di Stato per la Cinematografia e Televisione e al PCI. Avevo 17 anni quando Berlinguer fu eletto segretario del nostro partito. Ricordo che quel giorno di marzo alla fine del XIII congresso telefonai a Sergio per comunicargli la bellissima notizia. Lui mi liquidò immediatamente urlandomi “Ancora dietro a questi comunisti stai? Ma quando capirai che il mondo sta cambiando e che è solo questione di tempo! Un lavoro ti devi trovare! Un lavoro. Devi lavorare Walter! Cazzo, devi lavorare!”
Mi trattava come fossi il fratello più piccolo. Forse lo faceva perchè sapeva che ero cresciuto senza l’affetto di un padre. L’avevo perso quando avevo soltanto un anno. Mio padre Vittorio faceva il dirigente in RAI. Sergio, che odiava la politica, mi aveva consigliato la DC di Fanfani. “Lì c’è più margine di manovra” mi disse. Io non ebbi il coraggio di confessargli che anch’io mi sentivo più democristiano che comunista e che la mia iscrizione al PCI era dovuta al fatto che lì era pieno di fiche mentre nella DC era piena di vecchi bacucchi e pisciasotto. Sì perchè negli anni ’70 scopavano solo quelli che suonavano la chitarra o i capi militanti di sinistra, e siccome io la chitarra non la sapevo suonare la buttai in politica. Avevo bisogno di scopare. Ecco tutto.
Intanto lui, in Canada, faceva faville negli studi. Filosofia, diritto, economia. Sembrava si stesse preparando per l’attacco al cielo.
Intanto nel PCI conobbi Massimo. Un tipo strano, figlio di un deputato del PCI. Lo chiamavamo scherzosamente il “conte Max” per il fatto che nonostante il suo apparente distacco fosse praticamente a conoscenza di tutto. Confesso che come tipo mi ha sempre fatto un pò paura.
Gli anni passavano e io sentivo la mancanza di un amico come Sergio. Ripromisi a me stesso che avrei fatto di tutto per farlo tornare in Italia, anche a costo di metterci tutta la vita. Intanto comincia col togliere dal mio comodino la foto di Roberto Anzolin, mitico portiere della Juventus. Ero un grande tifoso della “vecchia signora” e Gianni Agnelli era il mio mito.
Sergio si iscrisse all’università alla Osgoode Hall Law School of York, mentre io di studiare proprio non ne avevo voglia. La svolta “moderata” di Berlinguer calzava a pennello col il mio carattere introverso e pacioso e così fui promosso alla guida di quegli scalmanati della Fgci, organizzazione giovanile del PCI. Non fu un bel periodo per me. Avevo uno stipendio, e questo era importante, ma sembravo un asino in mezzo ai suoni. Contavo un cazzo. In pieno ’77 i giovani di sinistra avevano perso la testa e più di una volta mi dissi che Sergio aveva proprio ragione. Che cazzo ci facevo io, bravo figlio mite, tranquillo e placido in mezzo a quel casino?
Intanto Sergio mi scriveva dei sui successi universitari. Si era iscritto ad un master in Business Admninistrator mentre all’Università di Toronto si stava laureando in Filosofia. Insomma era uno con le palle. E io per quelli con le palle ho sempre avuto un’ammirazione spropositata. Chissà perchè! Comincia a diradare sempre più le mie lettere a Sergio e anche le mie telefonate diventavano sempre più rare. Non che mi mancasse il tempo ma gli argomenti sì, quelli mi mancavano. Cosa avrei raccontato a Sergio? Che mentre lui, figlio di un maresciallo dei Carabinieri, macinava successi io arrancavo nel mondo della politica italiana in attesa di una svolta centrista più consona al mio modo di vedere il mondo? La mia salvezza politica sarebbe arrivata con la Bolognina. Da lì in poi fu tutto uno spingere al centro il partito. Più moderato, più aperto, più contenuto, più misurato, più equilibrato. Meno eccessivo, meno esaltato, meno radicale. Meno.
Intanto Sergio si accorse del mio disagio e decise di venire in Italia. Passammo giornate intere a discutere sul futuro del mondo. Mi raccontò della sua idea che la vita è una sfida continua, un correre abbattendo gli ostacoli senza guardare in faccia nessuno. Rimasi allibito. Pensai “Cazzo, e questo è pure un laureato in filosofia!” Ancora una volta ero frastornato e ammirato dalla sua forza. Mi convinse che la politica aveva il dovere di lasciare più spazio all’iniziativa privata e che il nostro paese doveva occindentalizzarsi in modo molto più deciso di quanto non avesse fatto fino ad oggi. Insomma mi propose di arare il campo della politica italiana. Poi lui sarebbe passato a seminare progressismo e riformismo a piene mani. Mi confessò che da lì a poco avrebbe cambiato lavoro passando dalla Glenex Industries alla Société Générale de Surveillance di Ginevra. Dunque si sarebbe trasferito in Svizzera e avremmo potuto incontrarci molto più spesso.
Le interminabili riunioni a Botteghe Oscure erano diventate monotematiche. La crisi economica di quegli anni (1992-93) rischiava di mettere in ginocchio l’Italia. Ma era anche una grande occasione di riscatto. Era il campo brullo di cui parlava Sergio. Io avrei dovuto ararlo e prepararlo per la semina. L’occasione si presentò quando, qualche anno più tardi, mi ritrovai a cena con Umberto Agnelli. Io grande tifoso della Juventus ero a cena con il minore dei fratelli più famosi d’Italia. Parlammo a lungo della situazione della Fiat e del nostro paese. Mi confessò che il consiglio d’amministrazione della Fiat aveva bisogno di forze nuove, di giovani colti ma con idee moderne e soprattutto veloci nel prendere decisioni. Mi scusai con il mio interlocutore e mi allontanai con la scusa di andare in bagno. Composi nervosamente il numero di Sergio al cellulare che continuava a squillare senza alcuna risposta. Al terzo tentativo mi rispose una donna. Mi disse di chiamarsi Michelle. Per un attimo pensai “strano, Sergio odia la politica e non suona neanche la chitarra…. ma scopa lo stesso come un mandrillo”. Mi passò Sergio al quale chiesi se potevo fare il suo nome in Fiat. Mi diede il suo consenso ma non mi sembrò molto contento. Tornai al tavolo di Umberto Agnelli e tra un’ostrica e una porzione di caviale buttai lì il nome di Sergio. Mi disse che aveva sentito parlare un gran bene di questo manager e che ci avrebbe pensato. Il martedì successivo, durante una pausa pubblicitaria di Ballarò alla quale partecipavo come ospite, la mia segretaria che si chiama Wanda, che ha 62 anni e una trentina di chili di troppo, mi portò il cellulare dicendomi che aveva chiamato un certo Sergio. Quando richiamai Sergio mi disse ridendo che era seduto alla scrivania di corso Marconi a Torino. Ridemmo di gusto e quando ci congedammo disse una frase che trovai alquanto minacciosa.
“Ricorda la promessa Walter: se dal Palazzo sentite casino, chiudetevi dentro e fatevi i cazzi vostri. Voi avete fallito e ora tocca a noi”.
E’ da quel giorno che ho un pensiero fisso. Scappare in Africa. Ma non ho il coraggio. Come sempre.
Niente di quanto narrato in questa storia è realmente accaduto ma è frutto di fantasia, pertanto non si pretende di dare un ritratto veritiero di eventi o personalità.
Bryan Adams – You’ve Been A Friend To Me