Il valore di una vita

Il 29 novembre del 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181, che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU. Tra il dicembre del 1947 e la prima metà di maggio del 1948 vi furono cruente azioni di guerra civile tanto dalla parte araba quanto da quella israeliana. La guerra infinita, quella vera e propria, inizia il 15 maggio 1948 quando gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l’appena nato Stato di Israele. Da allora è stato un susseguirsi di conflitti più o meno cruenti e sanguinari ma tutti tesi a ribadire il diritto di considerare quella terra la radice della propria civiltà e l’incubatrice dei sogni sionisti o palestinesi. E’ di pochi giorni fa la notizia che al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU Stati Uniti, Italia e Olanda hanno votato contro l’apertura di un’inchiesta internazionale circa l’attacco alla nave di aiuti umanitari diretta a Gaza condotto dall’esercito israeliano. Come dire: Israele può fare da solo l’inchiesta. A noi stanno bene le conlusioni che lo stesso governo di Benjamin Netanyahu ne trarrà. Insomma ci fidiamo ciecamente. Viene da chiedersi perchè in questo conflitto arabo-israeliano la politica america è così diversa da quella di altre nazioni, e in particolare dai suoi alleati europei? Per gli Stati Uniti la relazione strategica con Israele è molto costosa sia dal punto di vista umano che da quello finanziario. Costa la bellezza di tre miliardi di dollari all’anno di aiuti e in più alimenta l’odio delle popolazioni musulmane favorendo la violenza antiamericana in tutto il mondo. A poco è servito l’apparente sterzata politica statunitense che dal repubblicano Bush è passata al più democratico Obama. E’ il tipico esempio del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Ma da chi proviene il sostegno americano a questa linea dura nei confronti degli arabo-palestinesi? In gran parte dai cristiani evangelisti oltre che (ovviamente) da una base ebraica neoconservatrice. Questi sostengono che, paesi come Spagna, Francia e Germania assumono un atteggiamento critico (vedi il voto favorevole all’inchiesta di cui sopra) in quanto paesi a maggioranza cristiana tradizionale. Da qui il naturale atteggiamento antisemita nei confronti di Israele. Senza contare che la classe dirigente della maggior parte dei paesi della comunità europea tende a calmare i regimi arabi produttori di petrolio che potrebbero creare non pochi problemi di approvigionamento energetico. Buona parte, invece, degli ebrei americani non aderiscono alla linea dura ma sono favorevoli all’accordo di Camp David di dieci anni fa: due popoli, due stati. A riprova di ciò non sono pochi coloro che condannano l’elezione a ministro degli esteri israeliano di Avigdor Lieberman, considerato un razzista e un revanscista. La maggioranza degli ebrei americani rimane, dunque, progressista. La vittoria di Obama porta anche la loro firma in una proporzione di quattro a uno. Dunque ancora una volta la religione esprime tutte le sue contraddizioni entrando a gamba tesa nella politica internazionale, dimenticando che tutto ciò alimenta spargimenti di sangue e morti ammazzati. I poteri cristiano-cattolici scelgono il male minore appoggiando (ma senza prendere una posizione netta) i cristiano-evangelisti Israeliani, mentre il potere politico internazionale si barcamena compiacendo di volta in volta gli interessi economico finanziari delle lobby mondiali o quelle dei poteri religiosi capaci di generare consenso e/o disgrazie dei governi mondiali.

Tra i due la vita di migliaia di morti.


The Beatles – Dear Prudence


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